“#unastanzadarifare

Progetto nato dal “Laboratorio di Scrittura Scenica e Drammaturgia” NERO DI SEPPIA

Scuola Comunale di Teatro Sansepolcro

 

Autore: Alessandro Stellafoto andrea bianchi 1

Interprete: Andrea Bianchi

Oggetti di scena: Samuele Carli

Tecnica: Piero Ercolani

Foto: Alessandro Pampolini

Regia: Caterina Casini

Produzione: Laboratori Permanenti

 

#unastanzadarifare è un dramma provocatorio che analizza la discesa di un giovane uomo nel delirio di una mente fratturata. Una storia di solitudine e isolamento che offre uno sguardo struggente su come il confine tra reale e virtuale possa divenire talmente labile da fondersi e confondersi in un mondo governato dai social media, dove la regola è: costantemente connessi. Ivan, il protagonista, rifugge la realtà tanto da restare intrappolato nella rete virtuale che si è creato. Nella bramosia di riallacciare la relazione con un amico, Ivan cerca di riafferrare il controllo della sua vita e liberarsi del peso della sua esistenza solitaria. Il crescente delirio psicofisico è la cronaca di questo conflitto, è la messa in scena di come la mente umana possa sprofondare, a poco a poco, nell’incoscienza, nell’autodistruzione, fino alla follia. Ingabbiato nei suoi tormenti,  Ivan esplode in una serie di monologhi tragici e spaventosi. La casa è tutto il suo mondo, dalla casa non esce mai. Il tempo dello spettacolo è un tempo claustrofobico, tutto tra le mura domestiche: dove tutto può accadere … Dedicato ai giovani per l’apertura di un dialogo sull’ ”eternamente connessi”.

 

 

NOTA DELL’AUTORE

Nell’attuale società “ultra-tecnologica”, in cui la tecnologia è il mezzo su cui poggia e fluisce la maggior parte della vita quotidiana, la fusione e addirittura “confusione” tra reale e virtuale, senza più confini precisi, può innescare meccanismi tali da ritenere il virtuale come sostituzione della realtà. E’ facile cadere nella ragnatela del virtuale: la delusione per la propria vita nel mondo reale; la difficoltà a innescare rapporti sociali; la mancanza di una rete affettiva, possono innescare meccanismi di crescente immersione nella realtà virtuale, che viene percepita e vissuta come panacea per ogni difficoltà. Si innesca così un processo per il quale diventa facile scivolare nell’immaginare che i modelli virtuali siano più veri e profondi del reale, che la soluzione alla solitudine sia lì, a portata di click. Come una sorta di da “cogito ergo sum” a “comunico ergo sum”.

Ci si dimentica troppo spesso però che la realtà virtuale, definita come: “cosa o attività frutto di un’elaborazione informatica, che pur seguendo modelli realistici non riproduce però una situazione reale.”. I modelli virtuali non creano, imitano la realtà, sono pseudo-realtà.

Si è soli davanti a una tastiera, si è soli davanti a una videocamera, eppure la fobia della solitudine fa sentire appaganti pseudo-amori, pseudo-amicizie, pseudo-esperienze.

Nel frattempo la solitudine cresce. All’aumentare della fiducia nella tecnologia del reale, diminuisce la fiducia in noi stessi e negli altri, al punto da renderci sempre più isolati e soli.

La connessione costante, però, è più un sintomo che una cura, perché nel momento in cui le persone sono sole, anche solo per qualche secondo, diventano ansiose, irrequiete, si fanno prendere dal panico e vanno in cerca di un dispositivo. Sta prendendo forma un nuovo modo di essere: condivido quindi sono. Usiamo la tecnologia per definire noi stessi condividendo i nostri pensieri e le nostre sensazioni persino nel momento in cui le stiamo provando o le stiamo facendo.

Con #unastanzadarifare ho voluto esplorare questo mondo che tutti noi conosciamo e pratichiamo. Sono rare le persone non iscritte a Facebook o Instagram; chi più, chi meno, i social network li frequentano tutti: giovani e meno giovani. E la solitudine colpisce tutti.

Ho immaginato un uomo di quarant’anni come ce ne sono tanti oggi: senza un lavoro a tempo indeterminato; che vive nella casa dei genitori; che non è sposato; che ha una rete sociale ridotta all’osso. Ivan, questo il nome che ho dato al protagonista, vive costantemente connesso con i social network, le sue amicizie sono solo virtuali. Non è abituato al reale, al confronto diretto, tanto da fraintendere qualsiasi manifestazione di affetto, anche un semplice sorriso o un grazie.

Alla rete Ivan confida ogni cosa. Ivan compie un atto molto grave durante lo spettacolo.

Sa di averlo fatto ma lo nasconde a se stesso. La sua mente lotta contro quello che ha fatto, che sa di aver fatto e nello stesso tempo gode per averlo fatto.

Ormai privo di qualsiasi controllo, durante il dipanarsi della storia, attraverso conversazioni telefoniche a volte reali a volte immaginate, emerge la solitaria e paralizzante esistenza che Ivan ha vissuto e sta vivendo. In scena c’è solo e sempre Ivan.

Il mondo di Ivan è più che privato: è solo immaginato nella sua testa. E’ talmente confuso da mescolare finzione e realtà, immaginazione e fatti realmente accaduti.

Il tempo dello spettacolo è la cronaca di questo conflitto, è la messa in scena di come la mente umana possa sprofondare a poco a poco nell’incoscienza, nell’autodistruzione, nella follia.

Intrappolato nella sua anima tormentata, Ivan esplode in una serie di monologhi tragici e spaventosi e di lunghe litigate al telefono. La casa è tutto il suo mondo, dalla casa non esce mai.

Il tempo dello spettacolo è un tempo claustrofobico, una sola giornata, tutta tra le mura domestiche.

#unastanzadarifare prende forma drammaturgia definita all’interno del “Laboratorio di Scrittura Scenica e Drammaturgia Nero di Seppia della Scuola Comunale di Teatro di Sansepolcro condotto da Caterina Casini. Un percorso durato un anno in cui abbiamo discusso, scritto, tagliato, riscritto fino alla stesura definitiva che spero possa piacere allo spettatore. Credo che continuare a confrontarsi all’interno di un laboratorio sia non solo di stimolo, ma anche di costante crescita personale e professionale. Il laboratorio di Sansepolcro offre la possibilità di parlare della propria idea del tema che si intende sviluppare, discuterne con gli altri partecipanti: visioni diverse offrono spunti diversi e aprono vie inaspettate.

Alessandro Stella

 

Note di regia

Conosco questo testo molto bene, perché è nato all’interno del Laboratorio di Scrittura Scenica e Drammaturgia che conduco per la Scuola di Teatro Comunale di Sansepolcro.

Ne conosco i passaggi i perché le discussioni che ne hanno preceduto la stesura definitiva.   Così dirigerlo è stato come “impastare”, mettere insieme gli elementi, far sì che lievitassero.  Il tema è chiaro e terribilmente attuale, la tensione e il percorso del personaggio sono acrobatici per l’interprete, esigono cautele e specificità fino all’estremo, poiché si parte dall’apice della storia, fino alla sua conclusione, il meccanismo drammaturgico è verticale, e dunque acceleratissimo. Storia non così scevra di realtà, dura, dove Ivan, il protagonista, nella sua danza virtuale, ha perso ogni capacità di mediazione col reale, e dunque costruzione di una confusione scenica ordinatissima e al contempo perduta agli occhi dello spettatore, inciampi drammatici, e rispecchiamenti continui per evidenziare solitudini quasi grottesche.

Caterina Casini